Ho appena finito di leggere Gomorra, di Roberto Saviano. Avete presente un pugno nello stomaco? Stessa cosa. E' un libro duro, impietoso, nel quale si snocciolano nomi, fatti e luoghi di camorra con la ragione di chi la conosce e il cuore di chi la combatte (o vorrebbe combatterla). Ne viene fuori un mondo mille miglia lontano dalle nostre tranquille esistenze, con regole tutte sue, con una logica che, per quanto aberrante, è poi quella che viene imposta con la violenza e che tanti poveri cristi sono costretti a subire tutti i giorni. Ne viene fuori una mentalità deviata che sembra permeare l'intero territorio e l'intero tessuto sociale campano e che non risparmia nessuno o quasi, nemmeno i giovani, nemmeno i ragazzi, nemmeno i bambini. L'impressione è che la malavita abbia già vinto e che non ci sia possibilità di redenzione.
Roberto Saviano ha pagato e sta
pagando tuttora, con una vita blindata e solitaria, il coraggio di aver messo
per iscritto qualcosa che molti sapevano, ma che non è lecito divulgare. Anche
se poi sembra strano che un libro, sia pure documentato e diretto come questo,
possa davvero infastidire, possa davvero minacciare un potere così forte e così
radicato. Ma forse nell'ottica camorristica questo è un sgarbo che non si può
perdonare. C'è un'etica del male che domina i pensieri e le azioni, forse anche
più forte della logica del profitto che pure è alla base di tutte le
organizzazioni mafiose. Saviano ha osato sfidare l'intoccabilità di
un'immagine, rompendo quel velo di omertà che sotto molti aspetti è la vera
forza di chi si ritiene al di sopra di tutto e di tutti. E così il suo diventa
un libro sacrilego, da mettere all'indice, e lui un eretico da mandare al rogo.
Come nel Medioevo, insomma. E che
questi fossero tempi bui me n'ero accorto anch'io.
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